Brescia finisce sul Corriere della Sera come esempio per lo smaltimento dei rifiuti. Ma sono tutte luci o ci sono anche delle ombre?

termovalorizzatore.jpgSergio Rizzo, giornalista di punta del Corriere della Sera e autore insieme ad un’altra firma eccellente dello stesso quotidiano come Gian Antonio Stella del best seller “la Casta”, prosegue nelle sue inchieste sulla mala gestio italica. Così, su un articolo apparso sul più prestigioso quotidiano nazionale il giornalista mette a confronto due famiglie di 3 persone che abitano in un appartamento di 80 mq, una a Roma e l’altra e Brescia, e ne confronta le spese annue per la gestione dei rifiuti.

Rizzo scopre così che la famiglia bresciana paga 112 euro, mentre quella romana deve spendere la bellezza di 276 euro: circa 2 volte e mezzo l’esborso della concorrente famiglia lombarda.

Da buon giornalista qual è Rizzo si pone la domanda di come sia possibile una tale differenza, dando per scontato che i rifiuti a Brescia non siano poi tanto diversi dai rifiuti di Roma. E trova così 2 motivazioni concorrenti. La prima: a Brescia i rifiuti sono bruciati nel termovalorizzatore (una volta dell’Asm, ora di A2A nata dalla fusione tra la municipalizzata bresciana e la corrispondente milanese di Aem), così passano da materiale di scarto a fonte energetica, producendo calore ed energia elettrica. La seconda nella (decisamente) migliore gestione operata dai dirigenti di questo servizio pubblico a Brescia rispetto che a Roma. Tendenza questa che peraltro si può estendere su larga scala, sottolineando il divario nord-sud, nonostante le dirigenze meridionali guadagnino in media di più e ottengano risultati economici in negativo, mentre i colleghi settentrionali facciano in media segnare un avanzo di bilancio di circa 370mila euro.

Ottima analisi quella di Rizzo, come al solito del resto. Però un appunto mi sento ugualmente di farglielo. Il termovalorizzatore bresciano, tanto elogiato da più parti, adombra anche aspetti meno piacevoli, anche se ancora da valutare attentamente. Vi è infatti il dubbio che il bruciare rifiuti (disperdendo nell’aria determinate sostanze) possa nuocere a vari livelli alla salute dei bresciani, e non solo di quelli della circoscrizione sud in cui il termoutilizzatore è situato.

Stando ad esempio alle parole di Marino Ruzzenenti, docente universitario e anima storica dell’ambientalismo bresciano, al termoutilizzatore andrebbero imputati i casi latte contaminato da diossina in alcuni allevamenti circostanti, come anche l’aumento dell’impatto di tumori al fegato nella popolazione. Senza contare il fatto che il termoutilizzatore per funzionare ha bisogno di una certa quantità di indifferenziata, il che vuol dire “ostacolare” una scelta decisa di incremento della raccolta differenziata, che infatti a Brescia non raggiunge medie eccelse.